Вино в замке Badia a Coltibuono



Parole intorno a un calice con Emanuela Stucchi Prinetti, titolare di Badia a Coltibuono

Badia a Coltibuono
Con il mese di marzo scatta l’ora della 41esima edizione del Vinitaly. Dopo l’edizione China e India torna più attesa che mai a Verona la «Fiera» del vino più amata dagli italiani.
Visti i presupposti che fanno presagire a un 2007 di grande crescita per quanto riguarda il mercato dei vini italiani, abbiamo pensato di parlare di tendenze di mercato e potenzialità dei nostri prodotti con una delle aziende italiane più note all’estero per quanto riguarda la zona del Chianti Classico Docg.
L’Azienda è Badia a Coltibuono, storico marchio che produce in Gaiole in Chianti (Si) nel cuore della denominazione del Gallo Nero. La titolare è Emanuela Stucchi Prinetti con la quale ci siamo intrattenuti a parlare davanti a un calice, manco farlo apposta, del Chianti Classico Coltus Boni annata 2003.

D. Parlando di Chianti Classico, parlando con la titolare di una delle aziende più blasonate e storiche, direi di partire da una domanda semplice: a cosa corrisponde secondo lei un vino tradizionale? Quali dovrebbero essere le sue caratteristiche?
R. Io direi che un vino della tradizione, parlando di Chianti Classico ovviamente, ma comunque in generale, deve rispettare quelli che sono i canoni classici, anche se è vero che le tante interpretazioni fatte da alcuni produttori negli ultimi anni hanno un po’ fuorviato questo concetto. A un certo punto qualcuno, e tuttora succede, ha spinto per produrre dei Chianti, ma in generale dei vini, di grande potenza, sicuramente d’impatto, ma forse privi di un loro tratto distintivo. A mio parere per canoni classici si deve intendere quelle caratteristiche di un misto di carattere, eleganza e gentilezza che un vino deve avere per essere bevuto. Il Chianti Classico a tavola deve essere bevuto, non solo degustato.

D. Oggi il consumatore si accontenta di un vino della tradizione, o cerca qualcosa di diverso?
R. Secondo la mia esperienza il consumatore si accontenta di quello che è buono. C’è stato il periodo in cui le guide hanno condizionato l’opinione e il gusto dei consumatori. Il Sangiovese che si coltiva da noi ha caratteristiche raffinate, eleganti per le quali è difficile uscire dalla tradizione. Il nostro consumatore ci conosce, si fida e sa quello che acquista ancora prima di farlo.

D. Secondo lei perché a un certo punto in Toscana sono nati i cosiddetti Supertuscan? Solo per rispondere alle esigenze del mercato o per altri motivi particolari?
R. Sicuramente ci sono stati altri motivi. Intanto dapprima, ormai parliamo di diversi anni fa, il Chianti era quello del fiasco e quel particolare vino, venduto a costi molto bassi, non poteva permettere ai produttori di mantenersi e andare avanti. Le aziende hanno dunque avuto bisogno di rinnovarsi in qualche modo. I Supertuscan quindi sono arrivati come parziale soluzione a questo. Il Chianti Classico di conseguenza ha poi subito anche il marketing e le promozioni degli altri. Mi riferisco in particolare alle guide che con il premiare dei vini robusti, magari meno legati alla tradizione, hanno diretto il mercato in una direzione che a un certo punto ha spinto alcuni produttori a cercare soluzioni alternative ai prodotti da sempre realizzati.

D. Quale sarà secondo lei la direzione futura della produzione? Innovazione totale? Ritorno alla tradizione?
R. Tradizione è una parola interessante, ma molto scivolosa. La tradizione è positiva se vive, quindi se va avanti, non certo se si torna indietro. Oggi siamo aiutati anche dalla scienza e dalla tecnologia. Più che parlare solo di tradizione credo che sia necessario rispettare l’originalità del prodotto. Il Sangiovese che genera il Chianti Classico nasce solo qui e con quelle caratteristiche inimitabili. Io credo quindi che questo sia l’elemento da non trascurare in futuro. Eleganza e finezza poi dovranno essere le qualità intrinseche. Vedo che rispetto al passato c’è molta più attenzione a questi aspetti.

D. I numeri del Chianti Classico parlano di ripresa netta e soprattutto di crescita esponenziale nel mercato statunitense.
R. Negli Stati Uniti il nostro prodotto va molto forte perché quel tipo di mercato risponde molto a quello che è il prodotto dato dal territorio. Noi esportiamo per il 30% negli Stati Uniti. Quello Usa è un mercato molto avanzato e sensibile al cambiamento.

D. Quale lo sbocco di mercato del 2007 e quali le prospettive per il futuro alla luce delle escursioni in Cina e India degli ultimi mesi?
R. Sono mercati interessanti, che vanno studiati bene prima di lanciarci. Credo che in futuro ci sarà una crescita di questi mercati, ma non saprei definire i tempi anche perché sia per i costi di investimento, sia per una cultura alimentare e non solo di questi paesi molto diversa dalla nostra, non dovremo azzardare troppo in fretta ad aggredire questi mercati.

D. Lei ha iniziato a lavorare nella azienda di famiglia curando la comunicazione e il marketing. Si parla all’incirca degli anni ’90. Quanto è cambiata la comunicazione oggi nel vino?
R. Inevitabilmente si è evoluta ed è diventata più sofisticata di prima. Mi aspetto nuovi sviluppi anche se mi rendo conto che comunicare nel nostro settore è molto difficile per la parcellizzazione estrema delle aziende spalmate su un territorio.

D. Secondo lei quali saranno le prospettive per comunicare al meglio un’azienda di vino?
R. Io credo che il passo successivo a questo sarà di perseguire la comunicazione nei confronti del consumatore e farlo in maniera diretta, cioè non passando soltanto per le fonti di informazione. Noi dobbiamo impegnarci ad aiutare il consumatore finale a conoscere la nostra realtà territoriale, i nostri valori, per cercare di dare delle impressioni concrete. Cosa non semplice data la enorme frammentazione presente nel settore del vino.

D. A proposito di strumenti, internet è stato un po’ la rivoluzione copernicana nel settore. Tanti blog, tante testate monotematiche. Come vede questo strumento rispetto agli altri «tradizionali»?
R. Internet è entrato nella nostra vita quotidiana. Io credo che sia uno strumento positivo anche se ancora per il vino c’è molta difficoltà a trovare in questo uno strumento utile a costruire interesse.. Negli ultimi anni si è sviluppata la comunicazione del settore tramite internet. Credo che potrà essere utilizzato come risorsa per comunicare valori, non tanto però per cercarne effetti immediati sulle vendite.

D. Nel 2000 lei è diventata la prima donna Presidente del Consorzio del Chianti Classico succedendo a un nome che ha portato il marchio a spasso per il mondo. Come ha vissuto questa esperienza?
R. L’ho vissuta con molto entusiasmo. Sono stata molto contenta di questo incarico che forse mi è stato dato anche per la mia caratteristica di comunicatore. A livello professionale e di rapporti mi ha fatto crescere molto, soprattutto perché mi ha dato modo di percepire le necessità di espressione dei miei colleghi.

D. Cosa fermenta nel tino di Emanuela Stucchi Prinetti?
R. Sicuramente portare avanti al meglio il mio compito, cioè quello di far crescere la realtà di questa azienda millenaria, mantenendo i valori di questa azienda, della mia famiglia e di chi si è sempre impegnato per portare avanti questi valori. Noi non facciamo solo vino, ma cerchiamo di esprimere una cultura, un territorio. Quindi spero di portare avanti questa realtà senza perdere di vista la sua originalità.

gola!!!
***
Dal 20 luglio 1943 prese la residenza nel Comune di Rufina, a Selvapiana, e allo scioglimento dell’esercito lasciт la divisa militare e si trasferм in Val di Sieve con un carro armato, o un mezzo blindato, che teneva vicino all’Arno. Un giorno mia madre chiamт suo genero e gli disse: «Senti, Gianluca, non compiere queste azioni pericolose, io sono vedova e molto malata, tua moglie и incinta, non ci esporre a rappresaglie…», e cosм lui andт verso Ariano a Volterra. Aveva con se i suoi fidati amici Basilio Aruffo (piщ tardi lo raggiunsero i commilitoni Vargiu e Piredda), il nostro precettore, ed in particolare, suo cugino Franco Stucchi Prinetti, un bellissimo giovane, figlio di Andrea, proprietario della tenuta di Badia a Coltibuono a Gaiole in Chianti. Andrea Stucchi Prinetti, il padre di Franco, aveva sposato la sorella minore di mio padre, Maria Luisa Giuntini che io amavo immensamente. Purtroppo di Franco Stucchi Prinetti, per volontа della madre, non и stata volutamente conservata nessuna documentazione, nй scritta nй fotografica. La tragica vita di Maria Luisa и contrassegnata dalla morte di due giovani figli e dall’internamento nel campo di Mauthausen del terzo, Piero, dirigente della Resistenza a Milano, che fu uno dei pochi italiani sopravvissuti. Quando gli Alleati liberarono il campo di concentramento, lui si fece la fotografia mettendosi dietro, perchй non aveva nemmeno un paio di mutande! Ritornт a Firenze e si и laureato in ingegneria diventando il titolare della Minnesota Company di Milano, guadagnava grandi somme, poi и stato direttore amministrativo del Corriere della Sera…ora, poverino, non parla piщ per il morbo di Alzaimer…ed i suoi quattro figli non possiedono memorie. La primogenita di Gianluca Spinola, Franca, nacque a Firenze l’11 novembre 1943, la seconda figlia, Anna, a Firenze il 15 gennaio 1945. Esse si trasferirono definitivamente, con la madre, da Rufina a Roma, il 18 marzo 194724. Noi allora eravamo sfollati tutti qui a Selvapiana, una proprietа dei Giuntini, i discendenti del grande banchiere Michele, uno degli uomini piщ ricchi del suo tempo, ed io sono la quinta generazione…e a Selvapiana venne anche Maria Concetta con la bambina. Le famiglie Giuntini, Spinola, Formigli, Antinori, Stucchi Prinetti erano tutte antifasciste. Mio zio, il marchese Amerigo Antinori fu catturato dalle SS e si salvт miracolosamente. Lo portarono in una scuola in via Palazzuolo con altri detenuti politici. Vide un telefono e fece il numero di casa. Disse ad «Emiliuccia», la portiera: «Emilia, Emilia, vada a trovare la contessa Du Terry — sarebbe stata una coinquilina del palazzo Mannelli che aveva ereditato mio zio — che avverta subito il console Wolf del mio arresto» (Gerardt Wolf, diplomatico di carriera che manifestт piщ d’una volta sentimenti antinazisti, era molto amico di mio zio. Quando il 28 luglio 1944 abbandonт Firenze dette accurate disposizioni per salvarne l’immenso patrimonio artistico).Resistenza

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