Il gioco d’azzardo: il Biribis


Tabella da gioco del Biribis

Il gioco d’azzardo: il Biribis


Prezioso documento degli svaghi aristocratici sono le cartelle per il gioco d’azzardo o Biribis, diffuso in Italia a partire dalla metà del Settecento. Nelle 23 cartelle del gioco (di cui ora, rimossi gli originali, si ammirano per sicurezza solo le copie fotografiche) sono raffigurati in una specie di microcosmo il riferimento alle attività del territorio, alla vita del 700 e alla villeggiatura dei nobili aristocratici, di cui compaiono le armi gentilizie in ogni cartella: Durazzo, Doria, Spinola, Grimaldi, Fieschi, Pallavicino, Imperiale… La presenza tra gli oggetti di svago della villeggiatura dei Durazzo di questo gioco di società testimonia la grande diffusione nel 700 della pratica di giochi d’azzardo, come il Gioco del Blasone e ill Lotto Reale, passato poi in Francia col nome di Biribis con regole simili a quelle della Roulette; i giocatori puntavano infatti la loro posta su una delle combinazioni (colore, pari, dispari, donne, uomini, bipedi, quadrupedi, frutti, fiori) o sopra una o più delle caselle numerate e figurate, generalmente tutte riportate su un tavoliere centrale, diviso in più parti. Chi teneva il banco estraeva dal sacchetto un bussolotto o “giandetta”, contenente un foglietto arrotolato con una figura associata a un numero. I giocatori che avevano puntato sulla combinazione vincente ricevevano un multiplo significativo della posta; gli altri perdevano e pagavano al banco che aveva un vantaggio sicuro. Il “Biribissi”, fu assunto nella letteratura e nella propaganda politica a simbolo dei vizi e della corruzione della nobiltà; la moralità del gioco ebbe ovviamente molti censori, testimoniata da leggi e grida con pene severe che proibivano “Biribis, Cocodrillo, Venturella e simili”; punendoli con multe stabilite dal “Magistrato degli Inquisitori”; e i Catoni del tempo avevano un bel lamentarsi che “siasi introdotto il vizio del giuoco anco nelle donne, le quali giocano le centinaia di lire, cominciando a sedere a desco fin dalla mattina, il che io stesso ho visto fare di state per le ville, e massime in San Pier D’Arena, ove i lussi moderni hanno avuto del continuo lor prima sede.”

Il 700 e il gioco d’azzardo Il giuoco d’azzardo Casanova come Barry Lyndon Il 700 eiIl gioco d’azzardo

Casanova in villa

Ed è lo stesso Casanova nella “Storia della mia vita” a darci una memorabile descrizione di una partita, disputata nel 1763 proprio in un salotto genovese in cui, per rendere galante omaggio alla padrona di casa ritratta nelle vesti di Arlecchino, puntò i suoi zecchini sulla maschera, vincendo anche “il tavolo, il tappeto, il quadro del biribissi e i quattro candelabri d’argento”. Nel gioco albissolese, privo del tavoliere, ma corredato di tabelle individuali con numeri da 1 a 500, le figurette assai raffinate riproducono le molteplici facce di un mondo in cui, accanto alle valenze simboliche del gioco, si accostano, in uno stile piacevolmente arguto, notazioni tratte dall’ambiente contemporaneo, che restituiscono una singolare testimonianza d’epoca. Alla moda e al costume del 700 allude la garbata rappresentazione del cicisbeo e della dama: i personaggi maschili indossano marsine con parrucche e tricorni, le figure muliebri sfoggiano ampie gonne operate, mantelle sul capo e sulle spalle, manicotti e ventagli; il gusto per l’aneddoto è visibile nella descrizione dei mestieri e delle maschere fra cui Arlecchino e Arlecchina, arcigni dottori che si inchinano a Colombine con movenze teatrali degne della Commedia dell’Arte.

Le figure delle maschere di Arlecchino e Arlecchina nelle tabelle da gioco del Biribis

Il Gran teatro del Mondo

Aspetti di vita quotidiana si accostano a spunti di esotismo in colorite figure: la pittrice, l’imbonitore, l’arrotino, il cambiavalute, lo scrivano, il bottaio, il fonditore di campane, la venditrice di mezeri, la merlettaia, il villano che sgozza il capretto, il pellegrino, il saltimbanco, il funambolo, l’incantatore di serpenti ci offrono come in un caleidoscopio le molteplici facce del “gran teatro del mondo”, di cui ciascuno diviene un personaggio. Non mancano le allegorie della Fortuna sulla ruota e di Mercurio, dispensatori di denari, e l’allusione a Bacco. Palazzi signorili, chiese e teatri, rovine classiche e dimore plebee si affiancano a imbarcazioni, tra cui latini, leudi, gondole, sciabecchi, velieri e galee, pontoni e cantieri, scorci di battaglie navali; alla natura alludono animali veri e fantastici, dall’unicorno alla chimera, dal dromedario all’elefante, dal pavone al felino che azzanna il topo, dal grifone alla fenice e agli uccelli che si imbeccano in volo; coloriti mazzi di asparagi, carciofi, melagrane, grappoli d’uva, fichi ed angurie sembrano alludere alle primizie della fertile piana albissolese, rinomata per gli agrumi e le ortaglie, già ricordata dallo storico Giustiniani , e “per la bontà degli agli e delle cepolle”

Ciao mondo!

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