Di passaggio all’Harry’s Bar


 

 

Hemingway…

Il vero re dell’Harry’s e di Torcello nel dopoguerra fu Hemingway.
Un ragazzo del ’99 che aveva fatto la prima guerra mondiale in Italia, soprattutto qui nel Veneto, mi piombò addosso nell’inverno del I949.
Il premio Nobel gli sarebbe arrivato quattro anni più tardi, ma della sua leggenda erano già piene storie letterarie e gazzette.
Si divise tra la locanda di Torcello e l’Harry’s. Là aveva un suo appartamentino, intitolato a Santa Fosca, qui un tavolino tutto suo in un angolo, cosi come ne aveva uno quasi personale, negli anni trenta, alla Closerie des Lilas, a Parigi.
Ogni tanto mi chiedono di lui.

Era d’una magnanimità perfino eccessiva: riempiva più pagine dei suoi carnet di assegni che pagine di romanzo tant’era generoso. A quel tempo stava finendo «Al di là del fiume tra gli alberi «.
C’è, a un certo punto del libro, un dialogo tra i protagonisti seduti all’Harry’s Bar. Lo riferisco perché mi sembra proprio che qui dimostri di averne colto l’essenza:

«Di che cosa possiamo parlare che sia divertente?»
«Guardiamo la gente e parliamo di loro.»
«Splendido» disse lei.
«E non lo faremo con malizia. Soltanto con spirito. Col tuo e col mio.»

E più avanti, nello stesso libro, eccolo dipingere con grande sensibilità un altro momento:

«Da Harry non c’era nessuno tranne qualche bevitore mattutino che il colonnello non conosceva, e due uomini che parlavano d’affari in fondo al bar…c’erano ore, da Harry, in cui il locale si riempiva di gente conosciuta, con la stessa regolarità incalzante della marea quando giunge a Mont Saint-Michel. A parte il fatto, pensò il colonnello, che le ore della marea cambiano ogni giorno con la luna mentre le ore da Harry sono come il meridiano di Greenwich o il metro standard di Parigi o l’alta stima che i militari francesi hanno di se stessi.»

Lui, come ho detto, era molto paziente; lasciava fare, purché fossero almeno un po’ divertenti.
Per quel che l’ho conosciuto, era estroverso solo in apparenza. Credo avesse paura della solitudine, e per questo motivo cercava la compagnia degli altri. Ma ricambiava largamente.
Cento volte l’ho visto dare una mano a giovani artisti. Una delle rare occasioni in cui perse la calma fu quando, sempre all’Harry’s, vide entrare un collega americano per il quale non doveva avere simpatia: Sinclair Lewis, l’au-tore di «Babbitt». In comune con Hemingway credo che avesse solo la passione per gli alcolici.
Quell’invernata, tenni aperta la locanda di Torcello apposta per Hemingway, e per quei mesi Torcello fu il suo regno. Era ancora molto robusto e torreggiante e ogni tanto, se trovava qualcuno più o meno della sua forza, sfogava con lui, bonariamente, la sua vecchia passione per il pugilato, magari mettendosi a torso nudo nonostante il freddo. Poi la sfida, naturalmente senza vincitori né vinti, si concludeva con una inevitabile bevuta.

Truman Capote …

Per oltre venticinque anni ho avuto la collaborazione preziosa del maître Angelo Dal Maschio che adesso, da buon Cincinnato, dopo una fugace apparizione a Milano dove ci aiutò nella apertura del Casanova al Palace, si è ritirato sul Montello.
«Angelo» era sempre la prima parola che Truman Capote diceva appena entrato all’Harry’s Bar.
Voleva sempre lui, perché Dal Maschio non faceva pensare i clienti: ordinava i cocktail e faceva i menù.
Se le cose erano raccomandate da lui, dovevano es-sere buone per forza. Truman Capote con una sua aria sempre un po’ annoiata nascondeva uno sguardo vi-vacissimo cui non sfuggiva neanche un parti-colare. Scrisse sui sandwich dell’Harry’s Bar in un reportage fatto durante un viaggio lun-go le coste della Jugoslavia. La parte più in-teressante del viaggio era stata, secondo lui, il ritorno all’Harry’s Bar, per i sandwich di gamberetti.
Lopez…

Altro personaggio fu il miliardario cileno Lopez.
Doveva la sua ricchezza al guano che milioni di gabbiani depositavano sulle sue immense proprietà terriere.
Arrivava con uno yacht enorme e affittava un piano intero del Grand Hôtel dove, per un soggiorno di due settimane, cambiava tutto l’arredamento.
Una volta il ganzér di Torcello, cioè l’uomo del ganzo, quello che aiuta l’approdo dei motoscafi, corse trafelato nella locanda sventolando una banconota da diecimila lire che Lopez gli aveva dato di mancia, credendolo malato di cancer (cancro), indotto probabilmente in errore dalla scritta sul cappello. Lopez lasciava di mancia esattamente l’ammontare del conto.
Il suo divertimento , la sera, era quello di avvicinarsi ai tavoli -vestiva sempre uno smoking impeccabile- per chiedere con molta grazia ai clienti se avessero mangiato bene e se fossero soddisfatti…
I reali d’Inghilterra…

La Locanda di Torcello è l’unico ristorante nel quale si sia recata in privato Elisabetta II d’Inghilterra. Fu nel I960. Era venuta in visita ufficiale in Italia a Roma, poi si imbarcò ad Ancona sullo yacht reale «Britannia» sul quale arrivò a Venezia.
Il duca di Edimburgo, suo marito, era già stato mio cliente all’Harry’s Bar quando veniva a Venezia come ufficiale di marina, e gliene era rimasto un ricordo simpatico.
Due mesi prima avevo ricevuto dalla Corte una lettera nella quale mi si chiedeva un menù per una colazione alla quale avrebbe dovuto partecipare la regina. Gliene mandai tre e li scelsero tutti. Avrei potuto sbizzarrirmi con dei menù pieni di nomi esotici, che di solito nascondono, con qualche desinenza ostrogota, dei piatti scadenti. Non era il caso. Accanto agli gnocchi alla parigina, offrii, tra gli altri piatti, dei poveri e cari spaghetti all’amatriciana, che la regina scelse subito, con entusiasmo.
La regina fu entusiasta. Una donna assai semplice e riservata, con un sorriso molto dolce in grande contrasto con la rumorosa allegria di suo marito. All’uscita del ristorante essa mi consegnò personalmente, in segno di gratitudine, un bellissimo paio di polsini d’oro con lo stemma reale.
Georges Braque…

Nel ’36 entrò nel bar, con alcuni amici, il pittore Georges Braque. Era già celebre. Teneva sotto il braccio un quadro incartato.
«Cipriani» mi disse «non ho soldi e vorrei mangiare con i miei amici. In cambio le lascio questo quadro.»
Non volevo offenderlo, rifiutando, ma non volevo nemmeno instaurare con un cliente un rapporto diverso e meno chiaro di quello che io desideravo.
«Non importa se non ha i soldi» risposi.
«Mangi e poi mi pagherà quando li avrà.»
Quel giorno rinunciai a uno dei più grossi affari della mia vita. Ma non me ne pento.
Da me sono venuti migliaia di artisti. Molti hanno regolarmente pagato i loro conti, altri no; io, i quadri che ho, me li sono comperati, senza mescolare il lavoro col piacere e col calcolo.

Il teppista lagunare…

Un’altra sera, una quindicina d’anni fa, nel bar animatissimo entrò un giovane con la barba mal rasata, in maglietta, fisicamente ben piantato e con un’aria strafottente. Si avvicinò al banco e disse al barman, in veneziano: «Capo, una birra subito, e neanche la pago !».
Era pericolosamente sovraeccitato: si trattava di non cedere e nello stesso tempo di non far scoppiare una rissa. Gli chiesi gentilmente perché avremmo dovuto dargli una birra gratis.
Lui mi disse il suo nome, spiegando che con quel nome non si pagava. Era notissimo tra gli esercenti che quasi quotidianamente facevano le spese della sua tracotanza.
Un tipo che non aveva niente da perdere.
Gli risposi: » Mi dispiace, ma non l’ho mai sentita nominare».
Dicendogli così gli avevo tolto gran parte della sua sicurezza. Intanto era passato del tempo e la tensione si era allentata.
Incominciai a parlargli e in qualche modo toccai il tasto giusto. Se ne andò senza la birra dicendomi:
«Si ricordi di me, perché un giorno tornerò come un signore!».

Circolò a quei tempi una simpatica foto nella quale eravamo ritratti assieme, con degli enormi sombreros sulla testa, io sorridente, lui invece, con la barba grigia, come immerso in un sogno, davanti a un’alluvione di bicchieri vuoti. Quei bicchieri se li era vuotati lui. Solo una volta, molto più tardi, quando ritornò a Venezia dopo gli incidenti aerei in Africa, mi coinvolse in una bevuta dalla quale mi ripresi dopo due giorni di letto. Fu l’unica volta nella quale ho bevuto con un cliente, perché ho sempre pensato che il posto del cliente è al di là del banco, quello del bettoliere al di qua. Se si familiarizza troppo con qualcuno si rischia di suscitare la gelosia di altri. Ognuno al suo posto.
Ci sono delle regole nella vita, che è bene osservare.
Hemingway aveva una personalità forte. Non era possibile innalzare alcuno steccato. Con un calcio buttava giù le barriere che non gli piacevano, capace magari di erigerne altre, se qualcuno non gli andava a genio. Ma era raro: l’ho sempre visto più paziente della media degli uomini.

Stavo lavorando e persi forse qualche istante della breve scenetta. Come Lewis entrò, Hemingway espresse a voce alta, con tre o quattro parole molto pesanti, la sua opinione sullo scrittore e si girò dall’altra parte. Per un momento tremai, ma non successe nulla. Doveva essere il gennaio del 50. Un anno dopo, Lewis moriva a Roma.
Per pagine come questa ogni tanto mi sento dire: «Certo che Hemingway le ha fatto una bella pubblicità». Se l’interlocutore ha senso dell’umorismo gli rispondo: «Guardi che si sbaglia, siamo stati io e il mio locale a farne a lui! Non per niente ha vinto il Nobel dopo, non prima».
A Venezia Hemingway aveva molti cari amici. Naturalmente, oltre agli amici c’era un buon numero di artistucoli snob che cercavano un’ombra di gloria riflessa, e appena un fotografo inquadrava lo scrittore correvano a metterglisi accanto.

Hemingway, che pareva vivere liberamente alla giornata, era di una implacabile precisione nel suo lavoro. Alle dieci di sera, salvo rarissime eccezioni, abbassava per cosi dire la saracinesca e si ritirava nel suo appartamento a scrivere. Voleva in camera sei bottiglie di amarone, un vino veronese. Gli duravano tutta la notte; la mattina le trovavamo vuote. Amava terribilmente Torcello, le sue barene dove spesso, la mattina presto, andava a caccia.
Quell’inverno fu freddo, ma senza quelle umide nebbie che di solito calano sulla laguna nella brutta stagione.
Ogni tanto andava a sciare a Cortina, guidando personalmente una monumentale auto scoperta. Mi raccontavano che arrivava con la faccia paonazza e la barba ghiacciata.
A Venezia visse una delle sue ultime grandi stagioni. La sua salute si stava incrinando. Gli incidenti aerei in Africa, qualche anno più tardi, gli dettero il colpo finale. Quando si accorse di non poter più vivere a suo modo, scelse la via più facile.
Me lo ricordo nel ’54, già un po’ triste.
Diceva che il Gordon’s Gin era il miglior antisettico del mondo.
Ma forse non ci credeva più nemmeno lui.
Orson Welles…

La risata di Orson Welles si sentiva da metà calle Vallaresso. Grande come un armadio, entrava e aveva fame e sete.
Si mangiava subito due piatti di sandwich e beveva tutte d’un fiato due bottiglie di Dom Perignon ghiacciato.
Poi si lasciava andare sullo schienale della poltrona e si guardava intorno con aria soddisfatta.
Falso burbero, generoso, pasticcione e disordinato, dimenticava spesso di pagare i conti.
Una volta dovetti andare alla stazione ferroviaria; stava prendendo il treno. Mi dette un pacco di travellers’ cheques (gli assegni di viaggio da controfirmare). Il treno stava per muoversi. «Li firmi lei, Cipriani, col nome mio» mi gridò ridendo; e la sua risata (riusciva a ridere senza togliersi il lungo sigaro di bocca) soffocò il rumore delle ruote finché il treno usci dalla pensilina.
L’Aga Khan…

Gran personaggio degli anni cinquanta fu l’Aga Khan. Doveva essere trasportato su una poltrona a rotelle e aveva cambiato albergo scegliendone uno dal quale potesse ar-rivare all’Harry’s Bar senza fare neanche un ponte. Mangiava sempre la stessa cosa: caviale per cominciare e ravioli per finire. Di aspet-to imponente, ma di natura molto semplice e cordiale, era sempre accompagnato dalla Begum, probabilmente la più bella donna mai passata dall’Harry’s Bar.
Barbara Hutton…

Ricordo un anno pazzo di Barbara Hutton quando sposò il tennista Von Kramm.
Aveva un seguito di almeno trenta persone.
Nell’alcool cercava di nascondere una infelicità congenita, aggravata dall’ossessione di essere circondata da profittatori. Pagava i conti dell’Harry’s Bar solo se erano firmati da me.
Dette quell’anno una grande festa a Torcello. Quando pagò il conto si ricordò di tutti, dal parroco ai cuochi. Facendomi assegni per tutti, mi continuava a chiedere: » Cipriani, mi dica, non ho per caso disturbato nessun altro? «.
Onassis…

Onassis aveva lo yacht più grande di tutti.
Ricchissimo, non fu mai un gran signore.
Era pilotato a Venezia da Elsa Maxwell, la famosa giornalista americana, molto intelligente, perfida e furbissima, che capiva subito nel modo giusto da che parte tirava il vento.

L’uomo che dormiva ad occhi aperti…

Fra i miei clienti più strani c’è stato anche l’unico uomo al mondo, credo, che riuscisse a dormire con gli occhi aperti. Era un conte veneziano di una certa età, che aveva conferito in dote il suo titolo a una signora americana, anche lei avanti negli anni. Per difendersi dalla terribile noia di ascoltarla, in due lustri si era sempre rifiutato di parlare inglese.
Ai pranzi, con gli invitati, sempre americani, guardava davanti a sé in stato di autoipnosi.
Gli mettevo davanti il suo piatto e, passandogli vicino, lo svegliavo con una spintarella discreta. Non si svegliava mai di soprassalto; prendeva solo automaticamente in mano la forchetta e cominciava lentamente a mangiare.
Il commendatore milanese…

Un altro, un commendatore milanese, veniva a prendere l’aperitivo nella confusione estiva delle sette di sera.
Si sedeva e dormiva per una ventina di minuti con il suo bitter davanti. Poi si svegliava, beveva, pagava e se ne andava ringraziando. Mi confessò un giorno che era affetto da insonnia e quello era l’unico posto dove riusciva a dormire.
Il cassiere francese…

Una sera ero seduto alla cassa e ricordandomi che il giorno dopo avrei avuto bisogno di soldi presi dal cassetto cinquantamila lire che misi in tasca.
Vicino mi sedeva un francese che aveva osservato la manovra. Mi strizzò l’occhio e mi disse con aria complice:
«Ho visto tutto, ma, sa, sono un cassiere anch’io!».
Così, per un furto che non avevo commesso, ebbi dalla mia la compiacente omertà di un vero ladro.

Peggy Guggenheim…

Finirò questo elenco di personaggi ricordando l’americana Peggy Guggenheim, l’ultima dogaressa di Venezia, proprietaria della più favolosa raccolta di arte contemporanea (da lei donata da poco alla nostra città).
Ha un carattere difficile, abbiamo avuto qualche screzio, perché non è possibile che due persone di carattere spigoloso (anch’io mi metto fra queste) possano andare sempre sottobraccio.
Acqua passata.
Ca’ Venier dei Leoni, il curioso palazzetto tronco dove abita, lo ebbe su mio consiglio.
A volte, stando sulla mia barca a motore, la incrocio in Canal Grande, a bordo della gondola de casada, vogata da un gondoliere in gran montura.
Che beatitudine. Le onde la cullano, e lei si abbandona sui cuscini con gesto magnificente.

Arrigo Cipriani

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