Chiesa ricorda San Giuseppe frittellaro



Lasciando la parte relativa alla ricetta delle frittelle e dei bigne’ (i
secondi per quanto riguarda Roma) a chi e’ piu’ esperto di me, raccolgo
qui un po’ di notizie che ho trovato riguardo la tradizione romana delle
frittelle di San Giuseppe, per questo motivo chiamato amichevolmente
«San Giuseppe frittellaro»[1]

Quella delle frittelle per il giorno di San Giuseppe e’ una tradizione
che si perde nella notte dei tempi. Nell’antica Roma il 17 marzo
ricorreva la festa dei /Liberalia/, festa in onore del dio Liber (il dio
della fecondità, del vino e dei vizi…) che aveva sostituito i piu’
antichi baccanali. Secondo la leggenda era tradizione offrire al dio
Bacco, e a suo padre Sileno, delle paste chiamate /foculus/[2], simili
alle nostre frittelle, comprate dai venditori ambulanti.

Tornando a tempi più recenti (e a notizie piu’ certe) la festa di San
Giuseppe rappresentava, durante la quaresima, l’unico giorno in cui in
cui si poteva contravvenire alle ferree regole religiose che imponevano
di mangiare di magro. «Quer giorno, pe’ ttutte le case de li cristiani
bbattezzati, a ppranzo c’e’ l’usanza de magna’ le frittelle o li bigne’.
Infatti da la viggija in poi tutti li friggitori de Roma metteno
l’apparati, le frasche, le bbandiere, li lanternoni, e un sacco de
sonetti stampati intorno ar banco, indove lodeno le fritelle de loro,
insinenta a li sette celi.»[3]
E proprio questa dispensa limitata ad un unico giorno porto’, il 20
marzo 1947, ad una rivolta dei /frittellari/ nella Piazza di Monte
Cavallo[4] che aspettavano proprio l’uscita del Papa (Pio IX) per
reclamare contro questa proibizione.

Nella sua opera sulle tradizioni popolari romane, Zanazzo raccoglie
alcuni dei sonetti che erano soliti ripetere i /frittellari/. Uno di
questi descrive le sue frittelle come _miracolose_!
/Agli amanti di mangiar frittelle/
«Qua ‘gni male se guarisce tutto:
Speciarmente chi ttié’ ‘ntaccato er petto.
Bona pasta, bbono ojo e mmejo strutto:
Ve lo dice er seguente mio sonetto.

Bigna venì, bigna venì’ da me,
Chi se vò le budella imbarsimà.
Avete tempo pe’ Roma a scarpinà,
Ché a sto posto bigna fermà er pie’.
Bigna sapé, perbrio, bigna sapé
Delle frittelle mie la qualità:
Le venne un céco subbito a comprà
A capo a tre minuti ce vedé.
Là a Borgo[5] uno stroppio se partì
Un sordo e muto ce si accompagnò
Pe’ magnà le frittelle insina qui.
Le prese er muto e subbito parlò,
Quello che era sordo ce sentì,
E quello che era stroppio camminò (!).»

E di questi «sonetti» usati dai venditori ambulanti per vendere le
frittelle ce ne e’ pervenuto anche uno della fine del XVI secolo che dice:
«Frittelle calde in questo piatto porto,
mangiate calde danno gran conforto.»

Adolfo Giaquinto, un famoso cuoco romano dei primi del Novecento, gli
dedico’ una poesia che spiega anche il motivo di questo legame tra San
Giuseppe e le frittelle.
«San Giuseppe faceva er falegname
E benché fusse artista de talento
nun se poteva mai leva la fame
Pe’ cquanto lavorasse e stasse attento;
Un giorno fece: <<ahò! ccambiamo vento.
Lassam’annà ‘sto mestieraccio infame!>>
Prese ‘na sporta, messe tutto drento,
E ccaricò er somaro del legname.
Poi se n’annò in Egitto co’ Maria,
E doppo un par de ggiorni ch’arivorno
Uprì de bbotto ‘na friggitoria.
Co’ le frittelle fece gran affari,
Apposta in tutta Roma, in de sto ggiorno,
Sorteno fòra tanti frittellari.»

SteO153

[1] A Roma il /frittellaro/ era chi preparava e vendeva le frittelle,
soprattutto all’aperto.
[2] Il /foculus/ era un fornello trasportabile usato per cucinare anche
sulle navi. Da quanto ho trovato googlando un po’ se ne sono trovati
degli esemplari in alcuni relitti del I° secolo d.C.
[3] Giggi Zanazzo «Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma»,
Arnaldo Forni Editore (Ristampa anastatica 1907-1910)
[4] Ai piedi del Quirinale, allora residenza del Papa.
[5] Un rione di Roma, quello intorno alla Basilica di San Pietro.

Bibliografia
— Giggi Zanazzo «Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma», Arnaldo
Forni Editore (Ristampa anastatica 1907-1910)
— Livio Jannattoni «Osterie e feste romane», Newton & Compton Editori (1977)
— Mario La Stella «Antichi mestieri di Roma», Newton & Compton Editori
(1982)
— Livio Jannattoni «La cucina romana e del Lazio», Newton & Compton
Editori (1998)


Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi.

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